Di seguito l’intervento del Sindaco Marco Massari, in occasione delle celebrazioni dell’80esima Festa della Repubblica che si sono tenute questa mattina in Piazza Martiri del 7 Luglio.
“Il 2 giugno celebriamo la nascita della democrazia e della Repubblica italiana. Ma non ricordiamo soltanto una data del calendario civile: ricordiamo il momento in cui il Paese, uscito dalla dittatura fascista, dalla guerra, dall’occupazione nazista e dalle lacerazioni più profonde della propria storia, scelse di ricominciare. Quel giorno rinacque la patria, dalle ceneri dell’avvento del fascismo, dalle guerre e dall’8 settembre.
E rinacque innanzitutto grazie alla lotta di liberazione dal nazifascismo.
Il 2 giugno 1946 – 80 anni fa – le italiane e gli italiani furono chiamati a decidere la forma dello Stato e a eleggere l’Assemblea Costituente. Fu un voto decisivo.
Con il referendum istituzionale l’Italia scelse la Repubblica, a Reggio con oltre l’80% dei consensi; con l’elezione della Costituente affidò a donne e uomini provenienti da culture politiche diverse il compito di scrivere le regole fondamentali della nuova democrazia.
Quel voto ebbe anche un valore civile straordinario perché, per la prima volta in una consultazione politica nazionale, votarono insieme uomini e donne. La cittadinanza democratica si allargava finalmente a quella metà del Paese che fino ad allora ne era stata esclusa. Finalmente una patria di tutte e di tutti.
La Repubblica nacque dunque da un gesto popolare, da una scelta collettiva, da una nuova idea di partecipazione e di responsabilità.
Per questo possiamo dire che la Repubblica nacque democratica. Non perché la democrazia fosse già compiuta, né perché fosse facile costruirla dopo vent’anni di dittatura, ma perché essa prese forma dentro una grande esperienza di liberazione.
Nacque dalla Resistenza, dal sacrificio di chi combatté i nazisti e i fascisti, dal coraggio di chi scelse la libertà quando scegliere significava rischiare la propria vita, dalla volontà di ricostruire un Paese fondato non più sulla paura e sull’obbedienza, ma sulla dignità della persona, sui diritti, sui doveri, sul pluralismo.
La democrazia italiana non fu un dono. Fu una conquista. Si imparò nella pratica: nei Comitati di Liberazione, nelle amministrazioni locali ricostituite, nelle fabbriche, nelle campagne, nelle città ferite dalla guerra, nelle comunità che tornavano lentamente a parlare, discutere, decidere.
La Repubblica nacque da questa esperienza viva, e la Costituzione ne fu la traduzione più alta.
Le nostre città, per come abbiamo imparato a conoscere e amarle, rinascono da quel voto e da quella scelta libera e democratica.
Per Reggio Emilia questa ricorrenza ha un significato particolarmente forte. La nostra città, medaglia d’oro della Resistenza, diede un contributo importante alla liberazione e alla costruzione della Repubblica.
E diede anche un contributo decisivo al lavoro costituente attraverso figure come Meuccio Ruini, Nilde Iotti e Giuseppe Dossetti, protagonisti, con ruoli diversi, della stesura della Costituzione.
Ruini, esperto giurista, ebbe una funzione centrale nella Commissione dei 75 e nel comitato incaricato di coordinare il testo costituzionale.
Dossetti portò nel dibattito una visione profonda della democrazia, fondata sulla centralità della persona, sulla responsabilità sociale e sul limite al potere.
Nilde Iotti, una delle ventuno donne elette all’Assemblea Costituente, rappresentò una svolta storica: l’ingresso delle donne nella piena vita politica nazionale, dopo una lunga esclusione dalla sfera pubblica e dalle decisioni del Paese.
In queste figure Reggio Emilia riconosce una parte essenziale della propria identità civile. Culture politiche diverse seppero incontrarsi in un compito comune: dare all’Italia istituzioni libere, democratiche, capaci di impedire il ritorno dell’autoritarismo e di fondare una nuova convivenza.
La Costituzione nacque da questo incontro.
Non fu soltanto un testo giuridico, ma un patto tra cittadini. Nelle sue parole la memoria della dittatura e della guerra divenne impegno e principio fondante della nuova democrazia: libertà, uguaglianza, lavoro, solidarietà, autonomie locali, ripudio della guerra, tutela dei diritti fondamentali.
La Repubblica non volle semplicemente voltare pagina; volle costruire una pagina nuova, perché ciò che era accaduto non potesse ripetersi.
Celebrare il 2 giugno significa allora ricordare che la democrazia non vive una volta per tutte. Ha bisogno di istituzioni solide, ma anche di cittadini consapevoli. Ha bisogno di memoria, ma anche di partecipazione. Ha bisogno di regole, ma anche di cultura civile, rispetto reciproco e senso della responsabilità pubblica.
La Repubblica ha dovuto difendersi dalle bombe, dai colpi di Stato, dal terrore politico e mafioso, dalle depravazioni dei suoi principi fondanti; ha lasciato sul campo non pochi dei suoi più fedeli servitori, ma ha sempre avuto nei suoi guardiani l’ultima e la decisiva difesa.
Ogni generazione riceve la Repubblica in eredità. Ma ogni generazione deve anche rinnovarla, custodirla, renderla concreta nel proprio tempo: essere una vera guardia repubblicana.
Oggi, in un mondo attraversato da guerre, tensioni internazionali, diseguaglianze e nuove fragilità democratiche, il 2 giugno ci parla con particolare forza.
Ci ricorda che la Repubblica italiana nacque contro la dittatura e contro la guerra; nacque per affermare che la libertà non può essere separata dalla giustizia, che i diritti devono camminare insieme ai doveri, che la democrazia non è soltanto il governo della maggioranza, ma il riconoscimento della dignità di ogni persona.
Per questo oggi rendiamo omaggio alla Repubblica come alla nostra casa comune. Rendiamo omaggio a chi la rese possibile con la Resistenza, a chi la scelse con il voto del 2 giugno 1946, a chi la scrisse nella Costituzione, a chi l’ha servita e continua a servirla nelle istituzioni, nel lavoro, nella scuola, nella cultura, nella vita quotidiana delle nostre comunità.
La Festa della Repubblica è la festa di una nascita, ma anche di una promessa.
La promessa che l’Italia seppe formulare nel momento più difficile della propria storia: non più dittatura, non più guerra come destino, non più sudditi, ma cittadine e cittadini liberi e uguali.
Quella promessa appartiene ancora a noi. Sta a noi mantenerla viva.
La Repubblica siamo noi”.









