Il quadro che emerge dall’analisi di redditi, retribuzioni, povertà e consumi in Emilia-Romagna restituisce l’immagine di una regione che si colloca sopra la media nazionale rispetto alle dimensioni esaminate, ma che, tuttavia, continua a fare i conti con elementi di criticità strutturali legati a lavoro e salario, che si ripercuotono in una maggiore difficoltà a tradurre le crescite nominali di redditi e retribuzioni in un effettivo miglioramento delle condizioni di vita.
Il reddito medio imponibile in Emilia-Romagna, sulla base delle dichiarazioni presentate nel 2024 e riferite all’anno di imposta 2023, è stato pari a poco meno di 25.900 euro. La crescita rispetto all’anno precedente è stata pari al 4,8%, inferiore al tasso di inflazione (5,7%). La maggior parte dei contribuenti rientra tra i 15.000 e i 55.000 euro, con una distribuzione più equilibrata rispetto alla media nazionale, ma sempre attraversata da forti differenze interne tra i diversi territori (Parma e Bologna i più ricchi, Rimini il più povero) nonché tra capoluoghi (generalmente più ricchi) e piccoli comuni (quasi sempre più poveri).
I redditi da lavoro dipendente crescono meno anche rispetto a tutti gli altri redditi, a partire da quelli da lavoro indipendente (lavoro autonomo, attività imprenditoriale, partecipazione), gli unici a crescere più dell’inflazione.
Nel 2024, in regione, le retribuzioni medie giornaliere dei dipendenti privati non agricoli ammontano a 120,2 euro e sono aumentate del 3,6%, un valore superiore alla crescita nazionale, ma comunque insufficiente a recuperare il ritardo accumulato negli anni precedenti rispetto all’aumento dei prezzi: nell’ultimo triennio la perdita del potere d’acquisto è di oltre il 7%.
Le province costiere, caratterizzate da una maggiore incidenza di lavoro stagionale e di tempo parziale, presentano livelli retributivi annui più bassi: si va da 18.350 euro a Rimini a 28.672 euro a Bologna. Solo circa la metà dei dipendenti privati lavora tutto l’anno a tempo pieno e a tempo indeterminato; tra le donne la quota scende al 35,9%. Ulteriori elementi che generano differenziali retributivi sono la qualifica professionale e il settore: i dirigenti guadagnano oltre cinque volte gli operai, mentre le attività finanziarie sono le più remunerative, quelle legate all’alloggio e ristorazione le più basse.
Quasi il 30% dei dipendenti privati non agricoli in regione ha percepito nel 2024 una retribuzione inferiore ai 15.000 euro annui e si può stimare che il 2,6% (oltre 19.000) abbiano lavorato con una retribuzione oraria inferiore ai 10 euro.
Non da ultimo, resta elevato il divario retributivo di genere: le donne guadagnano 21 euro al giorno in meno e il 37,6% non supera i 15.000 euro annui. Sotto i 15.000 euro annui rientrano soprattutto donne, giovani, operai, part-time, assunti a tempo determinato, spesso impiegati nel turismo.
Anche rispetto agli indicatori della povertà e della disuguaglianza l’Emilia-Romagna si conferma collocarsi su condizioni mediamente migliori nei confronti del resto del Paese.
Le crisi che si sono susseguite, tuttavia, hanno prodotto un incremento dei livelli di povertà nella popolazione, che unitamente all’erosione del potere di acquisto, hanno accentuato dinamiche di povertà strutturali che vedono particolarmente esposte le famiglie numerose, i nuclei monogenitoriali, le persone sole, i giovani, gli stranieri e chi vive in affitto. In regione, nel 2024, si ravvisano segnali di peggioramento importanti per il rischio di povertà o esclusione sociale (10,1%) e per la bassa intensità lavorativa (4,9%).
La distribuzione della ricchezza resta fortemente concentrata. Sebbene gli indicatori di disuguaglianza collochino la regione su livelli contenuti rispetto alla media nazionale, non vi sono inversioni di tendenza nel tempo, anzi: le coorti più giovani (25-40 anni) sperimentano condizioni economiche peggiori rispetto alle generazioni precedenti, nonostante livelli di reddito, retribuzioni nominali e istruzione più elevati.
La struttura dei consumi e la condizione abitativa rappresentano un ulteriore elemento critico. La spesa per l’abitazione assorbe una quota rilevante del bilancio familiare (quasi il 40%) e l’aumento dei prezzi delle case e degli affitti, insieme alla crescita delle rate dei mutui, contribuisce ad amplificare le disuguaglianze e il disagio abitativo.
In questo contesto il sostegno ai redditi da lavoro e da pensioni, il rafforzamento delle politiche redistributive, nonché gli interventi sui temi dell’abitare, risultano centrali per il contrasto alla povertà e alle disuguaglianze. “In questo Paese avviato a un declino che il Governo tenta faticosamente di nascondere sotto il tappeto, senza riuscirci, anche l’Emilia-Romagna non può essere un’isola felice – è il commento del segretario generale della Cgil Emilia Romagna Massimo Bussandri – Ce lo dicono soprattutto due dati: soltanto la metà dei lavoratori dipendenti privati non agricoli di questa regione sono lavoratori stabili e continuativi. Gli altri sono precari, discontinui, tra le donne poi la percentuale di chi è stabile e strutturato non supera il 30%. L’altro dato preoccupante è che quasi un terzo degli stessi dipendenti di questa regione non arrivano a 15000 euro lordi annui di reddito, cioè sono lavoratori sostanzialmente poveri. Questo dipende da tanti fattori, il primo è ovviamente che siamo nel pieno di una crisi strutturale dell’offerta industriale e manifatturiera di cui il nostro territorio risente particolarmente. Bisogna quindi – incalza Bussandri – difendere il nostro sistema manifatturiero anche impedendo che ne vengano espulsi lavoratori, poi qualificare il lavoro nei settori più fragili dal punto di vista contrattuale e retributivo e anche intervenire su alcune dinamiche, penso al caro casa ma anche ai costi della luce, dell’acqua e del gas. Lanciamo un messaggio alla Regione, bisogna ripartire dalle condizioni del lavoro dipendente, porteremo questi dati al tavolo di rinnovo del Patto per il Lavoro e il Clima”.
Secondo il presidente di Ires Er Giuliano Guietti. “Tutti i dati confermano che i salari e le pensioni, principali contribuenti del fisco, hanno avuto negli ultimi anni una crescita molto inferiore rispetto all’aumento dei prezzi. L’Emilia-Romagna continua ad avere, su molti aspetti, condizioni migliori rispetto alla media nazionale, ma alcuni segnali sono preoccupanti: la persistenza, soprattutto in alcuni settori, di ampie fasce di precariato e lavoro a tempo parziale, nonché la crescita del rischio di povertà o esclusione sociale”.


