Copyright e Autore immagine: Roberto Brancolini

I due anni che ci lasciamo alle spalle, il biennio del Covid 2020/2021, registra una perdita di circa 8.000 posti di lavoro in provincia di Modena, pari al 2,2%. Se però l’occupazione maschile tutto sommato ha tenuto, quella femminile ha registrato una perdita pari al 4%, circa il doppio di quanto registrato complessivamente.

Tutto ciò si innesta su un terreno caratterizzato da profonde disuguaglianze nel nostro Paese. L’occupazione femminile nel 2019 aveva faticosamente raggiunto il 50%, penultimi in Europa, ultimi per la fascia di età dai 24 ai 35 anni (quella più istruita). Nel 2020 il dato generale dell’occupazione nel nostro Paese è sceso al 57,5%, quella femminile dal 50,2 al 48,4%. Nel 2021 si registra una lieve risalita, con il dato generale che si attesta al 58,2%, e quello femminile al 49,4%. La pandemia, quindi, si è sovrapposta ad una già grave situazione di disuguaglianza di genere, aggravandola ulteriormente. Tutto ciò perché le nostre disuguaglianze sono strutturali e non sono mai state aggredite da politiche coerenti ed adeguate.

Le donne hanno subito un arretramento della loro condizione lavorativa, perché per la prima volta la crisi ha colpito non solo industria e costruzioni ma anche i servizi, dove l’occupazione femminile è più alta.

Tornando al nostro territorio, il dato modenese ci consegna una perdita di occupazione femminile pari al 4%, contro lo 0,5% di quella maschile. Modena è una delle due province dell’Emilia-Romagna in cui l’occupazione femminile è scesa sotto la soglia del 60%, dato particolarmente preoccupante. Sono aumentati in maniera esponenziale i part-time involontari e le dimissioni entro il primo anno di vita dei bambini.

Serve un’accelerazione, bisogna che la politica metta in campo soluzioni non contingenti ma strutturali. Sono indispensabili un piano straordinario per l’occupazione a partire dai settori pubblici, investimenti in welfare, misure che aiutino la condivisione del lavoro di cura che oggi ricade ancora in massima parte sulle donne, ad esempio incentivando l’utilizzo dei congedi da parte degli uomini o favorendo l’assunzione di lavoratrici madri. In tutto ciò, un ruolo fondamentale lo gioca la contrattazione sociale e territoriale che dovrebbe prevedere modalità e risorse nei bilanci degli Enti Locali utili a dare risposte ai bisogni delle donne e a fornire risposte sul tema della non autosufficienza. La contrattazione di secondo livello, nelle aziende, deve poi evitare che si venga a creare un dumping contrattuale su organizzazione del lavoro, orario di lavoro e indicatori per l’erogazione dei premi di risultato che non prendano a riferimento il numero delle presenze. La riduzione del lavoro delle donne rappresenta la riduzione della ricchezza dell’intero Paese.



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