A casa di Vasco


Sveglia puntata davvero molto presto per essere una domenica di metà Agosto. L’appuntamento è fissato, si fa per dire, non oltre le undici, nella parte dove quasi termina, via Divisione Tridenti al numero

Cinquantacinque di Verrucchia, frazione di Zocca in provincia di Modena. Andiamo per ordine. Cosa può attirare tanto interesse da spostare decine di persone quando va bene (per i vicini), sino alle centinaia fatte registrare non molto tempo fa, in quella che appunto resta, una piccola frazione con qualche casa, sull’appennino emiliano. Prendendola larga si potrebbe ricordare che in quei luoghi nel lontano 1465, Borso d’Este, figlio di Leonello d’Este, marchese di Ferrara e signore di Modena e Reggio Emilia, volle creare un punto di scambio commerciale abitato a metà strada esatta tra Modena e Bologna. In quella che non era nemmeno ancora una piazza vera e propria, i mercanti usavano ritrovarsi per le loro contrattazioni, attorno a un ceppo d’albero piano e liscio. Quella ceppaia di castagno, in dialetto modenese era definita “zoca”.

Nasce quindi così il nome di una località tanto sognata oggi, da un numero imprecisato di pellegrini che avanzano a suon di musica sino a qui, da ogni parte dello stivale. In mezzo a loro devo annoverare anche la mia dolce metà. Non è per il bellissimo paesaggio, l’aria buona che si respira salendo oltre i settecento metri sul livello del mare, e neppure la sua antica storia ad attirare così tanta gente in estate. 487 anni dopo la fondazione voluta da Borso d’Este e tutto il resto, nel 1952 per essere esatti. Alle otto e mezza circa del sette Febbraio, si aggiunge alla comunità un nuovo cittadino, di cognome fa Rossi, di nome Vasco.

Mai avrei pensato di ritrovarmi tra di loro, i pellegrini appunto, ad attendere con mistico silenzio e rispettoso atteggiamento, che il Divo del Rock comparisse davanti a noi dopo la sua corsa mattutina. Vasco Rossi, indiscusso campione della scena musicale italiana, passa parte delle sue vacanze estive, indovinate dove? Proprio come molti tra noi, a casa sua appunto. La meta ultima del viaggio a Zocca è proprio il suo cancello di casa, una cappella sistina della calligrafia umana. Interamente ricoperto compresa la recinzione, così come l’asfalto antistante, di frasi, dediche e passaggi dalle sue canzoni più famose. In apparenza può sembrare una visita improvvisata, ma con il passare dei minuti (armatevi di pazienza nel caso), ci si accorge che un’organizzazione precisa esiste e come. L’arrivo di una macchina della municipale in fondo alla strada, impedisce il passaggio a chiunque non goda l’enorme privilegio di rientrare tra coloro definiti, “i residenti”.

L’apice si raggiunge quando un pulmino con vetri oscurati scarica una sorta di gigante vestito di bianco, così imponente da sembrare già troppo alto anche a cinquanta metri di distanza. Si chiama Giuseppe, l’accento non lascia alcun dubbio, viene da Napoli. Giuseppe e uno dei due angeli custodi o serafini, trattandosi di dipendenti di una divinità in terra, com’è percepito dai pellegrini, il signor Rossi. Giuseppe inizia a impartire regole al folto gruppo, con una pazienza e una gentilezza che stride al confronto dei suoi esagerati bicipiti.

La liturgia dell’incontro è assolutamente chiara e a dare sostegno al lavoro di Giuseppe, sono presenti in mezzo al gruppo alcuni autoctoni del luogo, elevati al rango di diaconi, dai tanti anni di presenza sul campo, meglio dire su questo pezzo di strada. Nessun urlo gentilmente. Non si tocca Vasco se non è lui a farlo. Arrivategli di fronte già con quello che desiderate sia autografato. Nessun altro pennarello sarà ammesso se non prima certificato dagli “angeli”. Nessuno salga sui muretti e in particolare sulle proprietà confinanti con la mecca del rock italico. Infine, quella che arriva a tutti quanti come la regola più difficile da digerire. Decide lui se fermarsi oppure continuare dritto infilandosi nel cortile di casa alla velocità della luce. Tutto è chiaro e pronto, persino le transenne appaiono miracolosamente a segnare un confine non valicabile se non a rischio, concreto, della propria integrità fisica.

Puntuale come un’apparizione mariana (con rispetto parlando), sbuca dall’incrocio in fondo in via Divisione Tridenti, un Defender  tutto bianco, una Jeep vera per intenderci. Improvvisamente, in mezzo a tutti loro, i fan, compresa Nadia (la mia dolce metà) che già è scoppiata a piangere, come mai credo di averla vista fare, mi pare di essere altrove. La mia mente va in piazza San Pietro a Roma in uno dei mercoledì dedicati alle udienze pubbliche. Sarà colpa del fuoristrada bianco, dei pellegrini che dopo ore di viaggio sono in adorante attesa e di tutto il resto, comunque sia, Vasco arriva che vi piaccia o no, anche lui sulla sua “papamobile”. Da lì in avanti lo spettacolo è incredibile. Credevo non esistesse una celebrità tanto vicina al suo pubblico, da riuscire quasi a diventare uno di famiglia. Il mio compito è uno solo, non perdermi Nadia per nessuna ragione.

Armato di cellulare, devo riuscire a immortalare il momento in cui, l’ammiratrice da tutta una vita, conoscitrice di ogni suo verso, frequentatrice di tutti i suoi concerti, lo incontrerà. A lei durante il viaggio di ritorno verso casa, ho raccontato di soffrire un po’ di congiuntivite in questo periodo.

La verità la scrivo adesso. Vederla piangere di gioia e tremare come una foglia trovandosi faccia a faccia con l’uomo che attraverso la sua poesia, le ha permesso di sentirsi meno sbagliata certe volte, così come piena di energia si è ritrovata a perdere tutta la voce inseguendo la sua ai concerti. Per me è stato di una bellezza indescrivibile e mi sono commosso. Ho scattato fotografie a lei e a molti altri che l’hanno chiesto, pur avendo Vasco sempre molto vicino, non ho voluto ne farmi un selfie o chieder un autografo per me. Non certo perché io non ami la sua musica, anzi, e nemmeno perché non desiderassi averla una foto con il Komandante. La vicinanza alla sua gente, la sua enorme disponibilità e simpatia, così come l’emozione sincera di Nadia, è il migliore dei ricordi.

Da Zocca è tutto.

Claudio Corrado