Casa, in Assemblea legislativa la riforma dei requisiti per l’accesso all’edilizia residenziale pubblica


case_popolariNella seduta odierna, l’Assemblea legislativa sta esaminando e discutendo la delibera di Giunta che modifica i requisiti per l’accesso e la permanenza negli alloggi di edilizia residenziale pubblica (Erp) e la metodologia per il calcolo dei canoni di affitto, provvedimento punta a una maggiore rotazione degli alloggi e che contiene, fra le altre misure, l’introduzione della residenza in Emilia-Romagna per un minimo di tre anni per poter accedere all’Erp. Sul documento sono stati presentati finora 5 emendamenti a firma Manuela Rontini e Stefano Caliandro, del Pd, 6 emendamenti dal Gruppo Ln, primo firmatario Alan Fabbri, uno da Piergiovanni Alleva (AltraER) e uno del Gruppo M5s, prima firmataria Raffaella Sensoli. Sono poi stati presentati un ordine del giorno della Ln, primo firmatario Daniele Marchetti, uno di Alleva (AltraER) e uno di Tommaso Foti (Fdi).

Il dibattito generale

“Più sentenze della Corte Costituzionale hanno fatto giurisprudenza, affermando la non diretta relazione della durata della residenza rispetto al bisogno abitativo- ha affermato Piergiovanni Alleva (AltraEr)-. La Corte ha ripetutamente negato che vi possa essere una riduzione del diritto ad avanzare domanda di un alloggio pubblico. Perciò, inserire per legge il requisito indispensabile della residenza da almeno tre anni, significa innescare un forte pericolo di contenzioso fra gli aspiranti assegnatari”.

Secondo Stefano Bargi (Ln), “finalmente la Giunta ha affrontato il tema di come favorire la rotazione nell’accesso agli alloggi pubblici, ma già la forbice di reddito individuata, fra il 20 e il 60% in aumento rispetto al momento dell’assegnazione, non potrà consentire un ricambio significativo; perciò la Lega propone di abbassare la soglia al 10%”. Quanto ai dubbi di costituzionalità sui tre anni di residenza, il consigliere ha richiamato “le leggi regionali di Lombardia e Toscana che prevedono cinque anni”.

La Lega nord insiste nel chiedere che “si introduca un ulteriore parametro nell’assegnazione delle case pubbliche- ha sottolineato Massimiliano Pompignoli (Ln)- vale a dire una dichiarazione sui beni posseduti in patria, che consenta di misurare la reale disponibilità finanziaria di chi avanza domanda di un alloggio Erp. Appare inaccettabile privilegiare presunti nullatenenti, che hanno case e ville all’estero, rispetto a cittadini italiani che già certificano tutti i loro beni”.

“Oggi, più della metà di chi fa domanda di un alloggio Erp non ottiene soddisfazione”, ha spiegato Tommaso Foti (Fdi), secondo cui “è positivo, ancorché insoddisfacente a paragone di Toscana e Lombardia, aver inserito il criterio dei tre anni di residenza per poter presentare domanda”. Inoltre, “le occupazioni abusive, senza titolo, ledono il diritto innanzitutto di chi sta in graduatoria, e i pubblici poteri non possono fare finta di nulla. In generale, non assisteremo alla declamata rivoluzione copernicana, perché almeno il 95% degli attuali assegnatari non verrà sfiorato da questo provvedimento, licenziato sbrigativamente, come dimostrano gli emendamenti di maggioranza presentati oggi in Aula”.

Da Giuseppe Paruolo (Pd) è venuto un “forte apprezzamento al lavoro della Giunta, anche per aver corretto il provvedimento rispetto alla residenzialità minima, di almeno tre anni”. È sua convinzione “che il bisogno abitativo investa una dimensione cruciale delle politiche di governo, dunque sarebbe necessario abbandonare approcci ideologici contrapposti e garantire la certezza del diritto, facendo funzionare meglio di quanto non avvenga la gestione del patrimonio pubblico da parte delle Acer”.

Per Raffaella Sensoli (M5s), l’atto che arriva al voto “suscita sentimenti contrastanti: è positivo che si affrontino questioni che il Movimento 5 stelle ha più volte sollevato, ma non sempre le soluzioni proposte appaiono convincenti. Per esempio, sarebbe preferibile che i tre anni di residenza fossero un fattore premiante, anziché impedire la presentazione della domanda. Ed è inaccettabile che la crescente emergenza abitativa, in una fase segnata da una lunga crisi economica, veda sgomberi a colpi di manganello, come avvenuto a Rimini, alloggi liberi e persone costrette a dormire in strada”.

“Positivo introdurre il requisito della residenzialità di tre anni, ma la vera questione è la cittadinanza”, ha sostenuto Galeazzo Bignami (Fi). “La casa va data agli italiani e solo agli italiani- ha aggiunto- i beni pubblici sono stati realizzati dai nostri avi e a noi trasmessi con l’impegno che avremmo fatto altrettanto nei confronti delle generazioni successive, e invece questi beni vengono dilapidati ogni volta che a usufruirne sono non italiani. Per la casa, ciò avviene nella maggioranza dei casi, se è vero che il 62% degli alloggi pubblici viene dato a immigrati e solo il 38% a italiani”.

Il Gruppo della Lega ha presentato un ordine del giorno sulla questione delle occupazioni abusive, particolarmente critica nel territorio bolognese; il documento è stato illustrato da Daniele Marchetti (Ln), secondo cui la questione “è trascurata dalle istituzioni, nonostante si tratti di reati. La Regione non dispone nemmeno dei dati aggiornati sugli alloggi Erp occupati abusivamente, e molti Comuni non forniscono questi dati; la conclusione- ha stigmatizzato- è che le istituzioni stanno perdendo il controllo sul patrimonio residenziale pubblico”.

Una valutazione “complessivamente positiva sul provvedimento”, ha detto Igor Taruffi (Sel), “non può celare aspetti non condivisi”. Sel “non ritiene giusto introdurre i tre anni di residenza fra i requisiti di accesso; molti Comuni, cioè i soggetti concretamente impegnati nella gestione del patrimonio pubblico, hanno introdotto il criterio della residenza nei loro regolamenti, dove concorre a definire il punteggio, anziché divenire dirimente e prevalere su ogni altro. Del resto, ai Comuni si rimanderà anche la scelta della soglia di reddito da considerare per la permanenza nell’alloggio assegnato. Quanto alla realtà concreta- ha detto Taruffi-, oggi l’80% degli alloggi Erp è assegnato a cittadini italiani e le liste d’attesa vanno ridotte non abbassando il numero di chi può fare domanda, ma aumentando l’offerta”.

Secondo Manuela Rontini (Pd), “il criterio dell’anzianità di residenza è solo uno dei contenuti di una riforma ben più articolata e complessiva”. La Regione interviene “su un’emergenza, sottolineando come l’alloggio Erp debba essere una misura temporanea, non un diritto acquisito per sempre, e agisce per migliorare l’efficacia dei controlli sulle dichiarazioni degli assegnatari. Si agisce altresì per rendere più equo il canone d’affitto, valutando la grandezza dell’alloggio e il reddito di chi se l’è visto assegnare, fatta salva una fascia di protezione legata al disagio sociale. Il parametro Isee semplificherà i criteri di accesso e di mantenimento, e non è vero che tutto resterà com’è: se fosse applicata la soglia del 20% in più rispetto al reddito di assegnazione, avremmo 2792 alloggi da riassegnare, su base annua, anziché i 101 attuali”.

Nella sua replica, la vicepresidente della Giunta, Elisabetta Gualmini, ha detto di aver “molto apprezzato il dibattito, appassionato quanto civile nei toni”, chiedendo a tutti “di valutare l’atto nel suo insieme, le molte novità che vengono introdotte, al termine di un confronto avviato a fine febbraio”. Ha poi ricordato che “il criterio della residenzialità di almeno tre anni è stato introdotto in Commissione consiliare e alla Giunta è parso un cambiamento ragionevole per una quantità di motivi. Innanzitutto, perché armonizza la legislazione dell’Emilia-Romagna a quella delle regioni limitrofe, e sottolinea come la casa pubblica sia una forma di welfare diversa dalla salute o dalla scuola, trattandosi di un bene a godimento duraturo”. Per Gualmini, “l’Erp non può essere lo strumento per rispondere all’emergenza abitativa, e andrà individuato e praticato un canale alternativo per affrontare questa autentica emergenza. Intanto- ha concluso- si cerca di agire alzando decisamente il tasso di rotazione del patrimonio pubblico, che in molte realtà è sull’ordine dello 0,2% annuo, e lo si fa perché si è convinti che restare a vita in una casa popolare sia un fatto negativo, anzi il massimo dell’ingiustizia”.

Si è poi passati agli interventi sugli emendamenti.

Sensoli (M5s), illustrando l’emendamento del suo Gruppo, ha spiegato che, per quanto riguarda il criterio della residenzialità storica, “la proposta di contemplare anche il domicilio, vale a dire la sede principale di affari e interessi nel territorio della regione, per un periodo di almeno tre anni, è finalizzata ad allargare la base di coloro che possono presentare domanda per assegnazione di alloggi Erp”.

Bargi, nel presentare gli emendamenti Ln, ha ribadito che “l’obiettivo del suo Gruppo è di portare a 5 anni il requisito della residenzialità storica, come del resto è già avvenuto in Regioni governate da maggioranze diverse (Lombardia e Toscana), di introdurre un emendamento anti ‘falsi nullatenenti”, finalizzato a prevedere, per gli stranieri richiedenti, più rigorosi controlli patrimoniali in patria e una certificazione attestante la reale situazione reddituale, e di precludere l’assegnazione e la permanenza nell’alloggio a chiunque lo abbia occupato abusivamente”.

Alleva (AltraER) ha affermato che “il criterio della residenzialità storica è discriminatorio nei confronti degli stranieri”, pertanto l’obiettivo del proprio emendamento è “di eliminare un requisito pericoloso perché teso a respingere chi è diverso da noi ed estraneo alla nostra comunità territoriale”.

Foti (Fdi) ha giudicato il criterio della residenzialità storica “una norma di buon senso finalizzata ad evitare che i Comuni, nei propri regolamenti attuativi, possano introdurre requisiti arbitrari”. In merito alla valenza discriminatoria di tale norma evocata da Alleva, il capogruppo Fdi ha ribadito che “per il suo Gruppo la precedenza va data ai cittadini italiani, perché, complice la crisi economica, oggi sono i richiedenti più numerosi e se non cambiano urgentemente le modalità di gestione degli alloggi Erp, fra problemi di morosità e occupazioni rischiano di essere loro i discriminati e i danneggiati”.

Paruolo (Pd), in risposta ad Alleva, ha affermato che” il criterio della residenzialità storica è necessario per introdurre equità e stabilità in un sistema che è diventato sempre più complesso e complicato e abbisogna di correttivi per poter funzionare con efficienza ed efficacia”.

Manuela Rontini (Pd) ha spiegato che gli emendamenti Pd chiariscono come le nuove norme non abbiano effetti retroattivi e che il requisito dei 3 anni di residenza è relativo al Comune nel quale si presenta domanda di accesso all’alloggio Erp.