Oggi l’assessore comunale Simona Lembi e quella provinciale Anna Pariani hanno scritto al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano per esprimere la contrarietà degli Enti locali alla proposta del ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini sull’introduzione di un tetto di presenze di alunni stranieri nella scuola italiana.

Il testo della lettera

Gentile Presidente,

la storia delle nostre terre è una storia di inclusione sociale. È la storia dei figli dei braccianti che, grazie al ruolo dello Stato e, soprattutto, dei Comuni, hanno potuto studiare, hanno potuto avere un lavoro migliore di quello dei loro padri.

È la storia di Renato Zangheri, un grande sindaco, che a chi negli ormai lontani anni ’70 gli chiedeva come voleva essere ricordato nel futuro disse fermo: come il sindaco che ha visto andare all’Università i figli delle mondine di Molinella.

È la storia dei nuovi cittadini arrivati a Bologna alla ricerca di un lavoro, di un’opportunità. Uomini e donne non solo ormai indispensabili alla nostra comunità, ma anche parte integrante della vita di tutti i giorni, del nostro comune agire.

La lunga storia dell’inclusione sociale parte dal XIX secolo ed arriva ai giorni nostri. E che noi vogliamo veder proseguire: così come i figli delle mondine di Molinella hanno potuto frequentare le stesse scuole dei figli dei datori di lavoro delle loro madri, così noi crediamo che non ci debbanoessere steccati e quote per i figli degli uomini e delle donne venuti aBologna per lavorare e far crescere la nostra società e le loro famiglie.

Per questo siamo addolorati. Per questo un grande senso di rabbia ci ha colpiti quando abbiamo letto le ultime dichiarazioni del ministro dell’Istruzione Gelmini in merito alla proposta di indicare un tetto di presenze straniere per ogni scuola.

Signor Presidente, lei rappresenta tutti gli italiani, rappresenta chi in Italia è nato e cresciuto e chi ci ha raggiunto nel corso degli anni, attratto da un benessere che troppo spesso diamo per scontato, ma che per molte persone è una chimera, un miraggio da raggiungere anche a costo di grandi sacrifici, spesso anche della stessa vita.

Signor Presidente, la sua storia politica è cristallina, è quella di un uomo che, anche nelle grandi difficoltà che hanno attraversato la storia della nostra Repubblica, ha sempre tenuto alti gli ideali della democrazia, della libertà e della giustizia sociale.

Per questo ci rivolgiamo a Lei per esprimere nel modo più pacato, ma allo stesso tempo rigoroso, la nostra indignazione per una proposta non soloculturalmente sbagliata, ma anche di difficile applicazione: nelle nostre città ci sono scuole dove già i figli di stranieri sono ben oltre il 30%.

Si tratta di persone che vivono e risiedono in quei quartieri. Che sono già integrati in quel tessuto sociale. Cosa dovremo fare: “deportarli” in altre scuole all’altro capo della città?

Sentiamo un grande fastidio. Il Governo in questi mesi ha trattato la scuola come una voce di bilancio da tagliare all’occorrenza, senza nessunavisione strategica. I servizi per l’integrazione sono stati ridotti al minimo e adesso il Governo pensa di risolvere il problema dicendo che basta spostare gli studenti da una scuola all’altra come fossero dei pacchipostali. Scaricando sulle famiglie le scelte per noi sbagliate di questi mesi.

Le politiche per l’integrazione sono un tratto costitutivo della scuola italiana, con l’inclusione degli alunni disabili. È un processo che si fonda nel rapporto tra istituzioni locali e autonomie scolastiche, cui compete programmare la rete e le iscrizioni degli studenti. Il provvedimento ministeriale mortifica e contraddice l’autonomia delle scuolee il ruolo delle istituzioni locali, già definito dalla nostra Costituzione.

Per questo, Signor Presidente, ci siamo rivolti a Lei come massima autorità del nostro Paese certi che non resterà insensibile alle nostre preoccupazioni.



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