“Aborto assimilabile alla pena di morte, per questo è opportuno chiederne la moratoria”: è l’idea che ha ispirato una risoluzione firmata dai Consiglieri Regionali emiliano-romagnoli Luigi Francesconi (primo firmatario), Fabio Filippi, Andrea Leoni (Gruppo della Libertà), Enrico Aimi e Luca Bartolini (AN).
La risoluzione riprende gli elementi salienti della storica decisione dell’Onu che ha approvato un documento in cui si impegnano tutti gli stati a mettere al bando la pena di morte e a garantire, laddove è ancora praticata, in attesa della definitiva abolizione, la sospensione delle esecuzioni pendenti e la tutela dei condannati in attesa della pena.
In tale documento vengono citati la Carta delle Nazioni Unite, la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, la Convenzione Internazionale sui diritti civili e politici, la Convenzione per i Diritti del Bambino che giustificano la linearità esistente tra la condotta dell’ONU e la necessità di sospendere la pena di morte.
A questa stessa linea han fatto riferimento i Consiglieri chiedendo l’impegno della Giunta regionale affinché il Governo Italiano si faccia promotore di una iniziativa internazionale, simile a quella sulla pena capitale, per chiedere la messa al dell’aborto.
Oltre a considerare l’aborto l’interruzione di una vita da parte di esterni, oltretutto in mancanza di garanzia giuridica nei confronti del diretto interessato, la legalizzazione della pratica abortiva laddove è stata introdotta non ha contribuito a ridurre interruzioni volontarie di gravidanza. Questa finalità, insieme all’eliminazione degli aborti clandestini e alla promozione della cultura della vita, era ad esempio alla base della legge 194/78, ma i dati recentemente pubblicati dal Ministero della Salute dimostrano che questi obiettivi non sono stati conseguiti.
I Consiglieri ricordano che troppo spesso si ricorre all’aborto come pratica anticoncezionale, che nei paesi in cui vige un regime dittatoriale è uno strumento di selezione razziale o demografica e che, invece, nei paesi sviluppati è fattore di discriminazione poiché sono soprattutto donne straniere o che vivono in situazioni di degrado e indigenza a farvi ricorso.
“Chiediamo inoltre – dichiarano consiglieri – che la Regione solleciti il Governo Italiano a rivedere la 194/78 e che si impegni concretamente per sospendere l’importazione della RU486, visto anche l’elevato rischio che corrono le donne che praticano quando vi fanno ricorso. Ci si impegni, inoltre, a ridurre il periodo, a fronte delle recenti scoperte scientifiche, in cui è possibile praticare l’aborto terapeutico, e a dare sostegno alle donne che, in situazioni difficili, scelgono di non abortire. Si riveda, infine, l’attività dei consultori affinché la loro opera di dissuasione all’aborto sia sostanziale e non meramente procedurale”.
Periodico quotidiano Sassuolo2000.it
Reg. Trib. di Modena il 30/08/2001
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